Firenze. Quando all’Osmannoro aggredivano il futuro

L’Osmannoro è una zona artigianale e industriale all’estrema periferia ovest di Firenze. Si è sviluppata come tale dopo il 1970, ricalcando gli alti e soprattutto i bassi della situazione economica generale. Quella ex palude punteggiata di stabili per uffici, capannoni e magazzini non ha mai entusiasmato per aspetto e frequentabilità, tant’è che verso la fine degli anni Ottanta ebbero ampia diffusione degli adesivi ricalcati su quelli di una iniziativa pubblicitaria già stolta per conto proprio, in cui si leggeva “Osmannoro Trophy – L’avventura continua ogni giorno”.
All’Osmannoro si possono oggi notare grossi stabili per uffici che presentano ancora le tracce della effimera e demenziale età dell’abbondanza in cui sono stati costruiti. Furono realizzati secondo criteri che dopo pochi decenni li hanno resi sostanzialmente antieconomici, inducendo a volte i padroni (per lo più società straricche con sede chissà dove e partecipanti eterogenei) a un sostanziale disinteresse.
Uno di questi palazzi sarebbe stato occupato da persone sufficientemente accorte da non dare troppo nell’occhio. Per diversi anni hanno così evitato gli strali dei delatori mediatici, di roba con la cravatta che dice di interessarsi al bene pubblico e soprattutto della gendarmeria. Malauguratamente, nell’ottobre 2024 in questo contesto si sarebbe verificato un caso di violenza sessuale. Con moltissimo comodo (quattro mesi dopo) se ne sono occupate le gazzette locali, che hanno mandato qualcuno a vedere in quale contesto sia successa una cosa del genere.
Laydo è un sito di satira, umorismo e narrativa. Non istiga all’odio razziale, a picchiare i bambini down e nemmeno a infilare raudi accesi nell’ano dei cani. ogni riferimento a fatti, persone o cose realmente esistenti è più o meno casuale. Fatta salva questa premessa, su Laydo.eu abbiamo trovato uno scritto di una decina di anni fa. Che afferma di trattare proprio di quanto avveniva in un palazzo all’Osmannoro in cui qualcuno, invece di qualche ragazza problematica, aggrediva nientemeno che il futuro.
O meglio, cercava di darlo a intendere a qualche fagiano uccellato con i soliti sistemi.

Mattina: mando uno sproposito di curriculum rispondendo a random un po’ a tutti gli annunci trovati in rete.
Primo pomeriggio: DRIIIN.
“Pronto?”
“Prontobuongiornolastochiamandoinmeritoallasuacandidaturaperlannunchioche…”
“Eh?”
“Buongiorno, la sto chiamando in merito alla sua candidatura per il nostro annuncio di lavoro.”
“Ah, buongiorno.”
“Buongiornonoistiamocercandopersoneperlavorodifrontofficebackofficesegr…”
“Scusi?”
“Le dicevo che stiamo cercando persone per lavoro di front office, back office, segreteria, magazzino, gestione commerciale e varie altre posizioni. Vorremmo fissarle un colloquio conoscitivo. Potrebbe venire oggi pomeriggio alle 18:00?”
“Guardi, purtroppo oggi pomeriggio ho un impegno da cui non posso liberarmi.”
“Ok, forse trovo un buco domattina alle 9:00.”
“Sono desolato, ma…”
“Alle 10:00?”
“No, vede…”
“Alle 11:00?”
“Ok.”
“Perfetto, venga domattina con il curriculum stampato!”
“Mi scusi, ma di che azienda di tratta?”
“Masdfgarehgrf.”
“Come, scusi?”
“Mastrsrvc.”
“Abbia pazienza, ci deve essere la linea disturbata.”
“Master Service.”
“Ah, capito. E di cos…”
“Mi raccomando, domani alle 11:00 in via xxxxxx XX all’Osmannoro. E si ricordi il curriculum.”
“Certamente. Buonas…”
Clunk.
Ovviamente non avevo la minima idea di chi cazzo fosse questa Master Service e di che cazzo di settore si occupasse, ma dovevo assolutamente cambiare lavoro e avevo inviato curriculum a chiunque, per qualunque posizione, dal posto per ingegnere aerospaziale su una stazione orbitante al trasportatore a mano di negri morti a Rosarno, per cui la cosa non mi allarmò. Non più di tanto, perlomeno.
Apro la mia casella di posta e controllo le candidature che avevo inviato, sia via email sia le notifiche di quelle fatte attraverso i portali appositi. Nessuna traccia di questa Master Service. L’unica candidatura possibile era quella per un annuncio in cui non era specificato il nome dell’azienda, che recitava:
Azienda leader nel settore cerca persone giovani, entusiate e motivate per apertura di una nuova sede. Aperte tutte le posizioni. Non è richiesta alcuna esperienza.
Primo campanello d’allarme: Non è richiesta alcuna esperienza = truffa e/o lavoro di merda.
Cerco Master Service su internet e saltano fuori almeno una dozzina di ditte sparse per tutta Italia. Boh…
Giorno dopo. Ore 10:45.
Arrivo all’indirizzo indicatomi e mi trovo avvolto nel grigiume di una delle zone più brutte e deprimenti della provincia, davanti ad un palazzo che sembra messo lì con la precisa intenzione di rovinare il buonumore a chi ci passa davanti: un orrendo scatolone di uffici sfitti e magazzini vuoti. Una distesa infinita di AFFITTASI e più ottimisti VENDESI costella questo imbarazzante aborto di un boom economico finito troppo presto, lasciando al suo posto abominevoli mucchi di scorie in cui nidifica quanto di peggio lo spietato mondo del capitalismo in agonia abbia da offrire. Ma solo il tempo di ammorbare ulteriormente l’ambiente, primo di morire e cedere il passo ad altra merda simile.
Questo posto puzza di fallimenti veri e pilotati, di forniture a nero, di lavoratori clandestini, di sedi legali di aziende fittizie, di prestanomi nullatenenti che non parlano italiano, di sfruttamento e di false illusioni. E ovviamente di Master Service.
Fumo una sigaretta e attendo l’ora.
Un napoletano panzone wannabe businnessman esce dal portone urlando al cellulare. Urla come se parlasse con qualcuno che sta usando un martello pneumatico e si piazza davanti a me come se dovessi essere interessato alla sua conversazione. Lo guardo ed ho un moto di profonda repulsione. Avrà addosso qualche migliaia di euro, tra vestiti, scarpe e ori vari, il tutto abbinato talmente di merda da far sembrare elegante persino un lercio punkabbestia strafatto che dorme coi cani nel sottopasso della stazione. Non parlo lo swahili, quindi non capisco paraticamente un cazzo di ciò che dice il subumano. L’unica cosa che intendo distintamente è che ogni sua frase contiene un numero seguito da “euro”.
Finisco la sigaretta, mi sistemo la camicia gettando un’ultima occhiata disgustata ai mocassini lucidi del cercopiteco sovrappeso e suono il campanello.
“Terzo piano!” Click.
Varco il portone e mi trovo in un ingresso ampio, deserto e silenzioso, in cui il sole pare quasi pomeridiano, che mi fa pensare ad una scuola dopo la fine delle lezioni.
Chiamo l’ascensore. Arriva. Si apre. Esce uno scemo che parla da solo e cammina sui talloni. Sa iddio che cazzo facesse sull’ascensore fermo e libero. Se ne va ignorandomi.
Salgo e premo 3. L’ascensore puzza di deodorante da due soldi, quello che usano i magrebini spruzzandoselo sopra generazioni di sudore vecchio.
Arrivo al piano e mi trovo davanti a tre porte, di cui quella a sinistra sfoggia un “Locale posto sotto sequestro giudiziario”, quella a destra pare non essere stata aperta da anni e quella centrale, bianca, candida, immacolata, lucida e socchiusa fa bella mostra di un pezzentissimo A4 in orizzontale con stampato sopra MASTER SERVICE in Arial. Perlomeno non hanno usato il Comic Sans.
Entro.
L’arredamento è scarno, plasticoso e odora ancora di Ikea. Tutto, intorno a me, grida “Ciao abbiamo aperto ieri e non contiamo di arrivare a domani!”
Secondo campanello di allarme: Questi stanno aperti giusto il tempo di fregare più gente possibile e poi svaniscono come ebrei ad una raccolta fondi, subito dopo il buffet.
“Buongiorno. Lei è?”
“Buongiorno, sono…”
“Ha appuntamento?”
“Sì, alle 11:00.”
“Bene. Ha portato il curriculum?”
“Sì, ce l’ho qui.”
“Prego, me lo dia si accomodi in sala di attesa.”
Terzo campanello d’allarme, suonato in ritardo: Perchè vogliono il mio curriculum stampato? Non l’hanno letto prima di chiamarmi? Questi chiamano chiunque = truffa e/o lavoro di merda.
La sala di attesa è uno stanzino arredato come descritto pocanzi: divanetti Ikea, librerie e scaffali Ikea rimepiti di soprammobili Ikea, stampe Ikea appese al muro e tavolinetti Ikea con sopra ciotole Ikea piene di caramelle. C’è uno stereo che spara truzzame a volume esageratamente alto.
Quarto campanello d’allarme: L’unico motivo plausibile che mi viene in mente per tenere l’audio di un cacatoio di Ibiza nella sala di attesa di un ufficio è impedire di sentire le voci dalle stanze accanto.
Seduti lì trovo altri due candidati, tutti con l’appuntamento alle 11:00: un obeso unto con la maglietta di World of Warcraft e una specie di coglione rapper che si spara le pose ciondolando su e giù per la stanza e che si esprime a monosillabi. Il primo non si è neanche curato di cambiarsi la maglietta, così forforosa che sembra gli abbiano grattugiato del Parmigiano sulle spalle. Il secondo, con la cintura stretta sotto i glutei e venti centimetri di mutanda burinamente in mostra, è costretto a tenere le gambe larghe per evitare che gli cadano i pantaloni e cammina come se fosse stato appena inculato da un battaglione di lanzichenecchi di ritorno dalla guerra.
Chiamano il mio nome, nonostante fossi arrivato per ultimo.
“Prego, entri”, mi dice la segretaria indicandomi una porta.
Entro e mi trovo davanti questo residuato di yuppismo sgrondato giù da qualche documentario/parodia sulla Milano da bere. Tra 35 e 40 anni, camicia con le iniziali ricamante, dinamismo eccessivamente ostentato, questo stronzo ti dà la mano tenendo il palmo rivolto verso il basso e ci tiene ad avere le chiavi del BMW in bella vista sulla scrivania vuota e asettica come un tavolo operatorio.
Mentre mi parla, fa delle cose. Cose inutili.
Finge di sistemare delle dispense, di cercare qualcosa nei cassetti, di leggere email sul pc e notifiche sul cellulare. Spesso non mi guarda neanche in faccia ma “Ti ascolto eh!”, perchè lui è uno che oh, ha da fare eh. Ma è figo e multitasking e quindi riesce contemporanemante ad ascoltarmi e a fare la figura del coglione.
“Vediamo il tuo curriculum” dice il razzolamerde interrompendomi, scattando su all’improvviso come Barambani quando si sveglia sulla barca, scartabellando i fogli e leggendo in un punto a caso.
“Qui dice che suoni.”
“No, c’è scritto che faccio il…”
“Bravo, ci serve gente come te. Dimmi, perchè ritieni di essere adatto per questo lavoro?”
“Ma guardi, veramente nessuno mi ha ancora detto di cosa si tratta.”
“Ahahahah, ma come, non ci conosci? Siamo un’azienda leader nel settore.”
“No, mi spiace. Quale settore?”
“Ah bè, quello del futuro. Noi ci occupiamo di energie rinnovabili. Vendiamo nuove prospettive. Capisci cosa intendo? Noi aggrediamo il futuro, non attendiamo che ci investa!”
Annuisco in silenzio, come se stessi parlando con un pericoloso pazzo armato da assecondare.
Dopodichè questo mentecatto comincia a raccontarmi che lui è entrato come me, che è partito dal basso, ma con il duro lavoro è cresciuto, perchè l’azienda è meritocratica, che lui ride di chi si fa il culo per 1000 euro al mese, che lui si è fatto la barchetta, la casa al mare, la casa in montagna, il cazzo e la merda, etc..
Poi prende un foglio e mi fa un rapido conto di quanto, io appena arrivato, avrei potuto guadagnare all’inizio. Si parlava di più di 3500 euro al mese, ma soltanto “lavorando con impegno e determinazione”.
Quinto campanello d’allarme: Il puzzo di bruciato a questo punto raggiunge i livelli di certi laboriosi stanzoni di Birkenau.
Intanto il coglione riparte con più enfasi, accalorandosi e gesticolando. Mi dice che questa è la mia grande occasione, che non capisce perchè ci siano tanti scemi che si ostinano a voler fare lavori da 1000 euro al mese, che loro hanno inventato un nuovo modo di lavorare, che si capisce che sono uno destinato ad arrivare in alto e devo capire che mi merito un lavoro all’altezza delle mie capacità e che è ciò che devo pretendere da me stesso e altre puttanate che non ho ascoltato.
“Mi scusi, ma ancora non ho capito di che lavoro si tratta.”
“Le posizioni sono tutte aperte. Dobbiamo fare una giornata di prova per valutare quale sia il ruolo più adatto per te.”
Sesto campanello d’allarme: “quale sia il ruolo più adatto per te”, non “per quale ruolo saresti più adatto”. Che carini, organizzeranno il personale sulla base della mia valorizzazione professionale.
“Per il momento posso prendere solo una persona, ma io non sbaglio mai a valutare qualcuno e credo tu sia ciò che fa per noi. Te lo dico ancora prima di parlare con gli altri due. Se accetti, sei a bordo.”
Al puzzo di bruciato si aggiunge quello di merda. Merda che gronda dai muri e che ribolle nei cassetti. Merda che imbratta la scrivania e i vetri della finestra. Merda estrusa a pezzettoni da qualunque orifizio di questo cialtrone.
“Ok, salto a bordo!” rispondo. Alla fine sono in ferie e sono curioso. Per male che vada, avrò buttato una giornata.
“Perfetto! Presentati qui domattina alle 8:00 e facci vedere di cosa sei capace. Spacca tutto!” conclude con un gesto giovane e grintoso a pugno chiuso davanti a sè.
Esco dall’ufficio ma, prima di andarmene, mi avvicino alla scrivania della segretaria e attacco bottone con una scusa. Giusto il tempo di far cadere l’occhio su una fattura, una carta intestata, un deplian, o qualunque altra cosa riportasse il nome dell’azienda.
Bingo! E non è certo Master Service.
Esco, mi segno sul cellulare il nome dell’azienda (che adesso non ricordo ma che chiameremo Cazzoemmerda) e mi accendo una sigaretta seduto sul mio scooter. Il napoletano è sempre al telefono, impegnato ad urlare davanti ad un paio di cinesi in pausa che lo osservano come i bambini guardano le scimmie allo zoo.
Aspetto.
Dopo circa dieci minuti scende il ciccione nerd e scopro che anche a lui hanno detto esattamente le stesse cose e che, manco a dirlo, gli hanno dato appuntamento la mattina dopo alle 8:00. Mentre sono lì che scambio due parole col lardoso ecco che ti spunta il rapper, uscendo trionfante dalla porta, ondeggiando nella sua camminata da spastico, con naso rivolto in su in una ridicola posa da nigga gangsta del quartiere.
“Bella raga… ci becchiamo!” dice mentre ci passa accanto orgoglioso di essere il prescelto, mica come noi due sfigati.
“Ciao capo. Ti ha detto che può prendere una persona sola, che tu sei quello che fa per loro e che lo capisce perchè lui non si sbaglia mai?” affondo la lama.
Istantaneamente la sua spavalda faccia di cazzo di quello che viene dal ghetto ma ha appena conquistato il mondo, si scioglie e si volatilizza, lasciando posto alla faccia di quello che conosce Angelina Jolie su un sito di incontri, ci fissa e all’appuntamento si trova davanti Platinette.
“Ti ha anche detto di venire domani alle 8:00 per una giornata di prova?”, giro la lama nella ferita.
Il primate mi guarda con l’aria che potrebbe avere un boscimano davanti ad un tablet. Capisce che c’è qualcosa che non va, ma il tutto gli sfugge.
“Cioè zio… dici che domani non vengono?”
Dio mio, è stupido come una bestia da aratro!
“Ho paura di no.” gli rispondo con l’aria sarcastica di quello che minimizza un qualcosa di scontato.
“Bastardi!” e se ne va mongoleggiando a gambe large e borbottando tra sè. Anche il ciccione forforoso sghignazza e lo deride.
Torno a casa, cerco Cazzoemmerda su internet e finalmente trovo conferme.
Decine di persone che si lamentano e descrivono un’esperienza simile alla mia, con il degno prosieguo.
Praticamente questi figli di puttana ti spadellano mille ruoli, posizioni e possibilità, ma in realtà cercando solo bassa manovalanza da mandare al macello porta a porta a vendere contratti telefonici e/o di fornitura elettrica. Avete presente quelli che vi suonano il campanello, vi rompono il cazzo presentandosi in genere come Telecom o Enel e vi chiedono di vedere le bollette? Ecco, loro.
La famosa giornata di prova consiste in:
-Ritrovo in sede con musicaccia altissima e slogan motivazionali all together forever and ever andiamo e conquistiamo il mondo siamo troppo i più meglio noi della Cazzoemmerda.
-Divisione in gruppi di due o tre persone e assegnazione ad un ciarlatano tipo quello del colloquio che ti sbatte in faccia quanto è ricco e felice grazie alla Cazzoemmerda.
-Partenza con la sua macchina, destinazione sconosciuta. Le auto più gettonate sono Mercedes, Audi o BMW, sicuramente prese con un finanziamento assassino che li obbliga a nutrirsi di pane, acqua e fede incondizionata nella Cazzoemmerda.
-Giornata passata a rompere i coglioni porta a porta per vendere contratti, con particolare dedizione ai vecchi che sono rimbambiti ed è più facile che ti firmino qualcosa.
-Ritorno in sede accolto da complimenti ed acclamazioni perchè sei bravissimo e promettente e farai un sacco di soldi perchè sei veramente portato per quel lavoro e cazzi e mazzi vari ed eventuali.
Chiudo il browser e prendo il cellulare.
“Tu tuuu… Tu tuuu…”
“Pronto?”
“Pronto merda, si va a pescare domattina?”
“Non lavori?”
“No, domani sono libero. Avevo un appuntamento di lavoro, ma è saltato.”
“La Giulia mi ha chiesto se la portavo a fare shopping ai Gigli.”
“Un motivo in più per venire a pescare.”
“Ok, ma glielo dico domattina, sennò stasera non scopo.”
“Stessa ora, alla chiusa.”
“Ciao merda!”
Clunk.

Emiliano Laurini. Il pugile di Scandicci che non picchia le donne: paga altri perché gliele picchino

Buongiorno.
Io mi chiamo Emiliano Laurini, ho quarantun anni e sono un italiano che mette fotine su tìcche tòcche.
Fotine dove picchio questo o quello, coi guantoni.
Poi però c’era questa che io ci stavo insieme, no? Sicché quando non ci sono stato insieme più non è che l’ho picchiata, ho dato soldi a du’ ragazzi con la metà dei miei anni perché la picchiassero loro. Nemmeno il coraggio di picchiarla io.
Perché per noi italiani la viltà è una cosa seria, da secoli e secoli: da Gavinana a Kobarid, da Maramaldo a Cadorna.
Sicché, dicevo, la fo picchiare da altra gente così non mi beccano mica.

E invece mi hanno beccato, me e quegli altri.
Ma con calma, volevano essere sicuri.
Ci hanno messo un paio di mesi, così mi possono caricare di imputazioni e non me la cavo nemmeno se mi fo difendere da Pèrri Mèson.
Sicché io la festa del 25 aprile me la passo alla Dogaia, nella sezione di quelli che tocca anche stare attenti il doppio perché quelli che toccano le donne e i bambini là dentro rischiano anche grosso.
Poi ci si rivede al processo, mi sa che qui dentro ci fo anche Ferragosto.

Alessandro Maja, architetto milanese fra concepts, chef, food blogger, general contractors e family massacre

Maja Group è un atelier di progettazione che opera in Italia e all’estero.
Fornisce un supporto a 360° per la progettazione di spazi commerciali nel “Food&Beverage”: dall’idea del nuovo concept alle relative strategie di marketing, alla realizzazione dello spazio architettonico, allo start up iniziale e consulenza di gestione.
Fulcro e fondatore è Alessandro Maja, milanese di nascita, cresciuto tra i Caffè milanesi, maturando un’esperienza pluriennale nella progettazione degli stessi. Vulcanico di idee, originali e stravaganti, ma concrete e funzionali!
La realizzazione dei nuovi concepts avviene in simbiosi con validi consulenti, tra i quali Chef, food-Blogger, Consulenti grafici e di Comunicazione, General Contractor, e Consulenti legali di Diritto industriale, così da tutelarne l’immagine coordinata.
Sono state ideate e realizzate soluzioni progettuali in Milano, Sicilia, Spagna, Olanda, Venezuela, intervenendo anche nella realizzazione di alcuni spazi all’interno dell’ Aeroporto Intercontinentale di Malpensa, nonché di uno spazio all’interno della Stazione Ferrovie Nord Cadorna di Milano.
In questo contesto è maturato l’ultimo e più radicale result oriented concept di Alessandro Maja: il family massacre project.
Portato a termine secondo le metodologie just in time dello hammer handling e dello skull smashing, il concept ha avuto il suo coronamento in un self-immolation attempt concluso da una rapida law enforcement op.

Queste cose erano scritte su majagroup.it, un sito che il 4 maggio 2022 è stranamente stato messo “in aggiornamento”.
Nessun problema: archive.org non perdona, e ci ha permesso di recuperare tutto il testo e di riproporlo qui.
Le ultime righe in corsivo sono nostre.

Napoli. Antonio Martone, un ardente amore per il fratello Domenico.

La famiglia è un valore. Su questo è d’accordo tutto l’arco costituzionale, specie in campagna elettorale: i toni ostili alla teoria del gender e ad altre malevole forze disgregatrici sono proprio all’altezza dell’importanza della causa.
Questa la teoria.
O meglio, le balle, come al solito.
Poi c’è la realtà.
E nella realtà la famiglia è il regno del colpo basso, della porcata pura e semplice, di personalità sempre in conflitto e anche la finta gentilezza è per litigare per dirla con toni alati, di carogne pure e semplici per usare un linguaggio più alla buona.
Ragion per cui un Antonio che fa il cuoco su una nave da crociera (quelle specie di centri commerciali galleggianti dove tutto costa il triplo che a terra e qualcuno ha anche il coraggio di chiamarle vacanze) può benissimo accarezzare un po’ il fratello Domenico e persuaderlo a stipulare una polizza sulla vita, intestandola a lui personalmente.
Ora, per riscuotere una polizza sulla vita occorre che il contraente muoia.
Antonio non si è certo perso d’animo: con marinaresco senso pratico ha tramortito il fratello, lo ha messo in auto e ha dato fuoco a tutto in un podere. Il marinaresco senso pratico sorvolava sul fatto che vista la situazione finanziaria del fratello, Antonio Martone sarebbe stato il primo sospettato anche per l’ispettore Clouseau. E ometteva anche di soffermarsi sull’esistenza di un mucchio di telecamere sempre accese, impiccione come una portinaia.
Probabilmente in via Medina hanno risolto tutto in una quindicina di minuti, ma prima di accompagnare Antonio al suo nuovo domicilio dove potrà studiare con ogni cura gli atti che lo accusano di omicidio premeditato con l’aggravante dei motivi abietti e futili e della crudeltà hanno atteso riguardosi diversi giorni. Volevano che coltivasse per qualche tempo la certezza di raggiungere la sua amante, al calduccio nelle isole del sud est asiatico.

Pescara: gli arrosticini sono in ritardo? Nessun problema: Federico Pecorale spara e se la cava.

Cominciamo dall’inizio.
Federico Pecorale ha meno di trent’anni ma è già bello corpulento. Sarebbe stato meglio per la sua salute rimanere a casa a mangiare insalata e a bere acqua di rubinetto invece che andare al ristorante.
Siccome ha proprio deciso di andarci, sarebbe stato per lo meno costruttivo mantenervi un profilo composto, per non dire morigerato.
Invece.
Invece ha deciso di non tollerare l’arroganza degli immigrati che ci portano via il lavoro e siccome nasce una spinosa questione sugli arrosticini (pietanza difficilissima, si sa: sempre troppi o troppo pochi, troppo caldi o troppo freddi) e chi li porta era scuro di pelle e quindi colpevole senz’altro, cosa fa?
Spara e se la cava, che razza di domande.
D’altro canto chi può accampare indubbia superiorità di sangue -come attestano la corpulenza, la testa rasata e l’abbigliamento da sfaccendato globale ben evidenziati da quella telecamera che questo D’Annunzio in scarpdetènnis non aveva certo messo in conto- non è che può tollerare affronti del genere come se nulla fosse.
Quindi tira fuori la pistola e spara.
Cinque colpi contro Yelfri Guzman.

Poi scappa.
In taxi.
Credendo ovviamente di farla in barba a tutti quanti e di tornarsene tranquillo in Svizzera. Nella sua mente doveva essere una cosa del tipo Renato Vallanzasca contro l’Ispettore Zenigata.
Invece l’hanno beccato, e sarà una cosa tipo Tutto il Peso del Codice Penale contro grassoccio in tutina.
E ci sarebbe stato da stupirsi del contrario.

Il lavoratore colpito per fortuna ne è uscito vivo; ad attestare come il signorino Pecorale non sia un gran che nemmeno come tiratore.

Voghera. l’assessore alla sicurezza Massimo Adriatici spara e uccide un uomo in piazza Meardi

Allora.

C’è un ricco ben vestito che si chiama Massimo Adriatici.
Che non è solo un ricco ben vestito (che già sarebbe quanto basta per tenersene alla larga) ma è anche assessorello alla sicurezzina a Voghera, dove si presume abbia fatto strage di suffragi tra le famose casalingue.
E come assessorello alla sicurezzina, va al bar armato.
Al bar litiga con un tizio -pare ci sia anche la solita scusa delle molestie a una ragazza- e molto logicamente gli spara.
Invece di dire le cose come stanno, vale a dire che ha ammazzato un marocchino così ce n’è uno di meno in giro -cosa che gli avrebbe fatto perdere qualche punto agli occhi di qualche cuore tenero, ma che gli avrebbe valso la rielezione al prossimo giro di ruota- si mette a cianciare di proiettili che partono accidentalmente.

Allora, ripetiamo insieme:

– Légionnaire, tu es un volontaire servant la France avec honneur et fidélité.
– Chaque légionnaire est ton frère d’arme, quelle que soit sa nationalité, sa race, sa religion. Tu lui manifestes toujours la solidarité étroite qui doit unir les membres d’une même famille.
– Respectueux des traditions, attaché à tes chefs, la discipline et la camaraderie sont ta force, le courage et la loyauté tes vertus.
– Fier de ton état de légionnaire, tu le montres dans ta tenue toujours élégante, ton comportement toujours digne mais modeste, ton casernement toujours net.
– Soldat d’élite, tu t’entraînes avec rigueur, tu entretiens ton arme comme ton bien le plus précieux, tu as le souci constant de ta forme physique.
– La mission est sacrée, tu l’exécutes jusqu’au bout et, s’il le faut, en opérations, au péril de ta vie.
– Au combat tu agis sans passion et sans haine, tu respectes les ennemis vaincus, tu n’abandonnes jamais ni tes morts, ni tes blessés, ni tes armes.

Bene: ora che ci siamo divertiti, andiamo a ripetere anche un’altra serie di norme, che nel suddetto simpatico e costruttivo sodalizio d’Oltralpe (dice ci si mangia male ma in compenso si dimagrisce) serve da colazione, pranzo, aperitivo e cena:

1. Une arme doit toujours être considérée comme chargée.
2. Ne jamais pointer ni laisser pointé le canon d’une arme sur quelqu’un ou quelque chose que l’on ne veut pas détruire.
3. Garder l’index hors de la détente tant que les organes de visée ne sont pas sur l’objectif.
4. Être sûr de son objectif et de son environnement.

Alla luce di quanto sopra, c’è il lieve sospetto che la realtà sia difforme dai raccontini dei ben vestiti. Specie di quelli di Voghera.
Ma teniamocelo per noi, per carità.

Roma. Paolino Paperino -pardon, Paolo Pirino- Valerio del Grosso e la brutta storia di una serata andata male

“Dunque allora no, ero co vValerio der Grosso che è ‘n amico mio che aho’ dde sopra e aho’ dde sotto e mo avémo fatto ‘na cazzata e c’è scappato er morto e ce hanno pijato tempo zzero perché semo du’ cojoni.
Mo’ sso ccazzi nostri, sémo pure ggiovani sperémo che ‘n galera nun sia come ‘n America ché artrimenti me sa che me butta male…”

Secondo un articolo de Il Messaggero, “Paolo Pirino su Facebook: tra pistole, scarface e tatuaggi. Tatuaggi, armi, Scarface, lo sguardo di sfida. Il profilo Facebook di Paolo Pirino, uno dei due fermati per la morte di Luca Sacchi, è un inno alla filosofia del ‘gangsta’ di periferia in chiave Gomorra. La foto che campeggia sulla pagina è di tre incappucciati armati e ancora più giù foto di uomini con mitra e pistole. Ed è una pistola spianata quella che Pirino ha tatuata sul petto assieme all’immagine di tre donne. Tatuaggi che Pirino sfoggia in più foto, come quello sulla mano sinistra, l’anno di nascita – 1998 – e l’effigie della Madonna. Poi tanti post con canzoni neomelodiche e frasi ad effetto e foto che ritraggono Pirino in atteggiamenti da duro, jeans strappati e giubbotti di pelle.”
Il ritratto di un cialtrone della mala latinoamericana di due generazioni fa, insomma. Uno che degli altri se ne frega, per suo stesso vanto ed ammissione.
Fra spese processuali, provvisionale e mantenimento in carcere lo ridurranno in condizioni tali che per comprare crackers e tonno in scatola dovrà aspettare i saldi.
Poi ci sarà il risarcimento in sede civile.

Aho’.

Roma: bestie straniere uccidono un carabiniere a coltellate!

Dunque, a Roma una sera qualsiasi ci sono le risorse boldriniane che ammazzano un carabiniere a coltellate.
Due bestie straniere -secondo la generosa definizione dei politici sovranisti, come se gli italiani non fossero capacissimi di fare tranquillamente di peggio- e un Mario Cerciello Rega che sembra fatto apposta per far piangere le mamme italiane: giovane, sorridente, appena sposato e tutto quanto il resto.
In capo a qualche ora vengono effettivamente rintracciati e fermati due extracomunitari.
Solo che sono due extracomunitari del tipo sbagliato perché sono nordamericani, ventenni e biondi.
Talmente integrati e talmente ossequiosi verso i valori occidentali che la prima cosa che hanno fatto una volta preso alloggio in uno hotel da duecento euro a notte è stato andare a cercare cocaina.
Christian Gabriel Natale Hjorth e Elder Finnegan Lee.
White, anglosaxon and protestant, a giudicare da nomi e cognomi.
Brutto affare, vero?

Manduria: extracomunitari, criminalità e degrado

Negli ultimi anni la regione Puglia ha avuto molta fortuna sul piano mangereccio e turistico: pizziche, tarallini, lini banfi e tutto il resto.
Poi si scopre che vi abbondano località isolate e zone depresse (lo si sapeva già da prima, ma lasciamo stare) dove per ingannare il tempo si possono ossessionare le persone fino ai limiti più estremi.
E, in seconda istanza, pestare individui problematici fino a fracassar loro i denti.
L’estromissione e l’esproprio anche non graduali, anche non benevoli, anche non coperti da indennizzo di un certo numero di nativi incialtroniti e tatuati e la loro sostituzione etnica con senegalesi fedeli osservanti del muridismo sarebbe un’iniziativa senz’altro costruttiva e degna della massima considerazione.

Memento Audere Semper, camerata Francesco Chiricozzi!

Aho’.
Io me chiamo Francesco Chiricozzi, ci ho vent’anni e fino ar ventinove d’aprile del 2019 ero conzigliere de Casa Pound ar Comune de Vallerano, vicino a Viterbo. Poi er conzigliere nun l’ho fatto più perché m’hanno pijato e m’hanno messo ar gabbio sicché ‘a prima cosa m’è toccato a da’ ‘e dimissioni.
Dice ho violentato una, ‘na sera, a ‘na festa a Viterbo.
Ché cce credo ce tocca anna’ a Viterbo a fa’ e’ feste: a Vallerano semo dumila persone, cosa vòi festeggia’.
Insomma, so’ ito a ‘sta festa co’ n’amico mio che se chiama Riccardo Ricci, e ce semo visti co’ qquesta camerata nostra che cce piaceva un bòtto ma nun ce stava. Proprio nun ce stava.
E io che mm’è preso nun lo so, che cc’è ppreso a tutti nun lo so proprio, ma ‘a tipa l’avémo fatta bbere e chissà avemo bevuto anco noi, nun me ricordo, nun me posso ricordà: poi insomma c’avémo provato, ma nun ce stava.
Nun c’era verzo.
Sicché dicono che l’àmo picchiata e che l’àmo fatta svenì da ‘e botte e poi violentata, ma me sembra impossibile, nun me ricordo, te dico.
‘Nzomma, poi però ci hanno bevuto loro immediatamente proprio er momento dopo, ci hanno pijato i cellulari e su uno c’era su ‘nzomma c’era della roba che nun ce doveva esse’, ecco.
E poi dopo ‘na quindicina de giorni ce so’ vvenuti a pija’ e semo finiti in galera.
E mo’ quando ‘sta storia sarà finita me ritrovo su internet anche fra vent’anni co ‘sta faccia e co’ sta fama, che anche se devo fa’ ‘n colloquio de cooperativa pe’ anna’ a lava’ ‘e scale tutti sanno che ho combinato e me sa che anche trova’ da campare sarà ‘n problema.
E nun è che posso anna’ da li camerati, quelli m’hanno scaricato subbito.
Ma a’ mattina stessa, capito?
Come te metti ‘n un casino fanno sempre così, e me sa che nun è tanto che hai fatto, è che te sei fatto becca’, capito.
Mo’ mme so’ pproprio sistemato, cor “gesto gratuito, violento e sconsiderato” de Casa Pound e der turbodinamismo.
Ché de me nun ne vojano più manco sape’.