Firenze. Quando all’Osmannoro aggredivano il futuro

L’Osmannoro è una zona artigianale e industriale all’estrema periferia ovest di Firenze. Si è sviluppata come tale dopo il 1970, ricalcando gli alti e soprattutto i bassi della situazione economica generale. Quella ex palude punteggiata di stabili per uffici, capannoni e magazzini non ha mai entusiasmato per aspetto e frequentabilità, tant’è che verso la fine degli anni Ottanta ebbero ampia diffusione degli adesivi ricalcati su quelli di una iniziativa pubblicitaria già stolta per conto proprio, in cui si leggeva “Osmannoro Trophy – L’avventura continua ogni giorno”.
All’Osmannoro si possono oggi notare grossi stabili per uffici che presentano ancora le tracce della effimera e demenziale età dell’abbondanza in cui sono stati costruiti. Furono realizzati secondo criteri che dopo pochi decenni li hanno resi sostanzialmente antieconomici, inducendo a volte i padroni (per lo più società straricche con sede chissà dove e partecipanti eterogenei) a un sostanziale disinteresse.
Uno di questi palazzi sarebbe stato occupato da persone sufficientemente accorte da non dare troppo nell’occhio. Per diversi anni hanno così evitato gli strali dei delatori mediatici, di roba con la cravatta che dice di interessarsi al bene pubblico e soprattutto della gendarmeria. Malauguratamente, nell’ottobre 2024 in questo contesto si sarebbe verificato un caso di violenza sessuale. Con moltissimo comodo (quattro mesi dopo) se ne sono occupate le gazzette locali, che hanno mandato qualcuno a vedere in quale contesto sia successa una cosa del genere.
Laydo è un sito di satira, umorismo e narrativa. Non istiga all’odio razziale, a picchiare i bambini down e nemmeno a infilare raudi accesi nell’ano dei cani. ogni riferimento a fatti, persone o cose realmente esistenti è più o meno casuale. Fatta salva questa premessa, su Laydo.eu abbiamo trovato uno scritto di una decina di anni fa. Che afferma di trattare proprio di quanto avveniva in un palazzo all’Osmannoro in cui qualcuno, invece di qualche ragazza problematica, aggrediva nientemeno che il futuro.
O meglio, cercava di darlo a intendere a qualche fagiano uccellato con i soliti sistemi.

Mattina: mando uno sproposito di curriculum rispondendo a random un po’ a tutti gli annunci trovati in rete.
Primo pomeriggio: DRIIIN.
“Pronto?”
“Prontobuongiornolastochiamandoinmeritoallasuacandidaturaperlannunchioche…”
“Eh?”
“Buongiorno, la sto chiamando in merito alla sua candidatura per il nostro annuncio di lavoro.”
“Ah, buongiorno.”
“Buongiornonoistiamocercandopersoneperlavorodifrontofficebackofficesegr…”
“Scusi?”
“Le dicevo che stiamo cercando persone per lavoro di front office, back office, segreteria, magazzino, gestione commerciale e varie altre posizioni. Vorremmo fissarle un colloquio conoscitivo. Potrebbe venire oggi pomeriggio alle 18:00?”
“Guardi, purtroppo oggi pomeriggio ho un impegno da cui non posso liberarmi.”
“Ok, forse trovo un buco domattina alle 9:00.”
“Sono desolato, ma…”
“Alle 10:00?”
“No, vede…”
“Alle 11:00?”
“Ok.”
“Perfetto, venga domattina con il curriculum stampato!”
“Mi scusi, ma di che azienda di tratta?”
“Masdfgarehgrf.”
“Come, scusi?”
“Mastrsrvc.”
“Abbia pazienza, ci deve essere la linea disturbata.”
“Master Service.”
“Ah, capito. E di cos…”
“Mi raccomando, domani alle 11:00 in via xxxxxx XX all’Osmannoro. E si ricordi il curriculum.”
“Certamente. Buonas…”
Clunk.
Ovviamente non avevo la minima idea di chi cazzo fosse questa Master Service e di che cazzo di settore si occupasse, ma dovevo assolutamente cambiare lavoro e avevo inviato curriculum a chiunque, per qualunque posizione, dal posto per ingegnere aerospaziale su una stazione orbitante al trasportatore a mano di negri morti a Rosarno, per cui la cosa non mi allarmò. Non più di tanto, perlomeno.
Apro la mia casella di posta e controllo le candidature che avevo inviato, sia via email sia le notifiche di quelle fatte attraverso i portali appositi. Nessuna traccia di questa Master Service. L’unica candidatura possibile era quella per un annuncio in cui non era specificato il nome dell’azienda, che recitava:
Azienda leader nel settore cerca persone giovani, entusiate e motivate per apertura di una nuova sede. Aperte tutte le posizioni. Non è richiesta alcuna esperienza.
Primo campanello d’allarme: Non è richiesta alcuna esperienza = truffa e/o lavoro di merda.
Cerco Master Service su internet e saltano fuori almeno una dozzina di ditte sparse per tutta Italia. Boh…
Giorno dopo. Ore 10:45.
Arrivo all’indirizzo indicatomi e mi trovo avvolto nel grigiume di una delle zone più brutte e deprimenti della provincia, davanti ad un palazzo che sembra messo lì con la precisa intenzione di rovinare il buonumore a chi ci passa davanti: un orrendo scatolone di uffici sfitti e magazzini vuoti. Una distesa infinita di AFFITTASI e più ottimisti VENDESI costella questo imbarazzante aborto di un boom economico finito troppo presto, lasciando al suo posto abominevoli mucchi di scorie in cui nidifica quanto di peggio lo spietato mondo del capitalismo in agonia abbia da offrire. Ma solo il tempo di ammorbare ulteriormente l’ambiente, primo di morire e cedere il passo ad altra merda simile.
Questo posto puzza di fallimenti veri e pilotati, di forniture a nero, di lavoratori clandestini, di sedi legali di aziende fittizie, di prestanomi nullatenenti che non parlano italiano, di sfruttamento e di false illusioni. E ovviamente di Master Service.
Fumo una sigaretta e attendo l’ora.
Un napoletano panzone wannabe businnessman esce dal portone urlando al cellulare. Urla come se parlasse con qualcuno che sta usando un martello pneumatico e si piazza davanti a me come se dovessi essere interessato alla sua conversazione. Lo guardo ed ho un moto di profonda repulsione. Avrà addosso qualche migliaia di euro, tra vestiti, scarpe e ori vari, il tutto abbinato talmente di merda da far sembrare elegante persino un lercio punkabbestia strafatto che dorme coi cani nel sottopasso della stazione. Non parlo lo swahili, quindi non capisco paraticamente un cazzo di ciò che dice il subumano. L’unica cosa che intendo distintamente è che ogni sua frase contiene un numero seguito da “euro”.
Finisco la sigaretta, mi sistemo la camicia gettando un’ultima occhiata disgustata ai mocassini lucidi del cercopiteco sovrappeso e suono il campanello.
“Terzo piano!” Click.
Varco il portone e mi trovo in un ingresso ampio, deserto e silenzioso, in cui il sole pare quasi pomeridiano, che mi fa pensare ad una scuola dopo la fine delle lezioni.
Chiamo l’ascensore. Arriva. Si apre. Esce uno scemo che parla da solo e cammina sui talloni. Sa iddio che cazzo facesse sull’ascensore fermo e libero. Se ne va ignorandomi.
Salgo e premo 3. L’ascensore puzza di deodorante da due soldi, quello che usano i magrebini spruzzandoselo sopra generazioni di sudore vecchio.
Arrivo al piano e mi trovo davanti a tre porte, di cui quella a sinistra sfoggia un “Locale posto sotto sequestro giudiziario”, quella a destra pare non essere stata aperta da anni e quella centrale, bianca, candida, immacolata, lucida e socchiusa fa bella mostra di un pezzentissimo A4 in orizzontale con stampato sopra MASTER SERVICE in Arial. Perlomeno non hanno usato il Comic Sans.
Entro.
L’arredamento è scarno, plasticoso e odora ancora di Ikea. Tutto, intorno a me, grida “Ciao abbiamo aperto ieri e non contiamo di arrivare a domani!”
Secondo campanello di allarme: Questi stanno aperti giusto il tempo di fregare più gente possibile e poi svaniscono come ebrei ad una raccolta fondi, subito dopo il buffet.
“Buongiorno. Lei è?”
“Buongiorno, sono…”
“Ha appuntamento?”
“Sì, alle 11:00.”
“Bene. Ha portato il curriculum?”
“Sì, ce l’ho qui.”
“Prego, me lo dia si accomodi in sala di attesa.”
Terzo campanello d’allarme, suonato in ritardo: Perchè vogliono il mio curriculum stampato? Non l’hanno letto prima di chiamarmi? Questi chiamano chiunque = truffa e/o lavoro di merda.
La sala di attesa è uno stanzino arredato come descritto pocanzi: divanetti Ikea, librerie e scaffali Ikea rimepiti di soprammobili Ikea, stampe Ikea appese al muro e tavolinetti Ikea con sopra ciotole Ikea piene di caramelle. C’è uno stereo che spara truzzame a volume esageratamente alto.
Quarto campanello d’allarme: L’unico motivo plausibile che mi viene in mente per tenere l’audio di un cacatoio di Ibiza nella sala di attesa di un ufficio è impedire di sentire le voci dalle stanze accanto.
Seduti lì trovo altri due candidati, tutti con l’appuntamento alle 11:00: un obeso unto con la maglietta di World of Warcraft e una specie di coglione rapper che si spara le pose ciondolando su e giù per la stanza e che si esprime a monosillabi. Il primo non si è neanche curato di cambiarsi la maglietta, così forforosa che sembra gli abbiano grattugiato del Parmigiano sulle spalle. Il secondo, con la cintura stretta sotto i glutei e venti centimetri di mutanda burinamente in mostra, è costretto a tenere le gambe larghe per evitare che gli cadano i pantaloni e cammina come se fosse stato appena inculato da un battaglione di lanzichenecchi di ritorno dalla guerra.
Chiamano il mio nome, nonostante fossi arrivato per ultimo.
“Prego, entri”, mi dice la segretaria indicandomi una porta.
Entro e mi trovo davanti questo residuato di yuppismo sgrondato giù da qualche documentario/parodia sulla Milano da bere. Tra 35 e 40 anni, camicia con le iniziali ricamante, dinamismo eccessivamente ostentato, questo stronzo ti dà la mano tenendo il palmo rivolto verso il basso e ci tiene ad avere le chiavi del BMW in bella vista sulla scrivania vuota e asettica come un tavolo operatorio.
Mentre mi parla, fa delle cose. Cose inutili.
Finge di sistemare delle dispense, di cercare qualcosa nei cassetti, di leggere email sul pc e notifiche sul cellulare. Spesso non mi guarda neanche in faccia ma “Ti ascolto eh!”, perchè lui è uno che oh, ha da fare eh. Ma è figo e multitasking e quindi riesce contemporanemante ad ascoltarmi e a fare la figura del coglione.
“Vediamo il tuo curriculum” dice il razzolamerde interrompendomi, scattando su all’improvviso come Barambani quando si sveglia sulla barca, scartabellando i fogli e leggendo in un punto a caso.
“Qui dice che suoni.”
“No, c’è scritto che faccio il…”
“Bravo, ci serve gente come te. Dimmi, perchè ritieni di essere adatto per questo lavoro?”
“Ma guardi, veramente nessuno mi ha ancora detto di cosa si tratta.”
“Ahahahah, ma come, non ci conosci? Siamo un’azienda leader nel settore.”
“No, mi spiace. Quale settore?”
“Ah bè, quello del futuro. Noi ci occupiamo di energie rinnovabili. Vendiamo nuove prospettive. Capisci cosa intendo? Noi aggrediamo il futuro, non attendiamo che ci investa!”
Annuisco in silenzio, come se stessi parlando con un pericoloso pazzo armato da assecondare.
Dopodichè questo mentecatto comincia a raccontarmi che lui è entrato come me, che è partito dal basso, ma con il duro lavoro è cresciuto, perchè l’azienda è meritocratica, che lui ride di chi si fa il culo per 1000 euro al mese, che lui si è fatto la barchetta, la casa al mare, la casa in montagna, il cazzo e la merda, etc..
Poi prende un foglio e mi fa un rapido conto di quanto, io appena arrivato, avrei potuto guadagnare all’inizio. Si parlava di più di 3500 euro al mese, ma soltanto “lavorando con impegno e determinazione”.
Quinto campanello d’allarme: Il puzzo di bruciato a questo punto raggiunge i livelli di certi laboriosi stanzoni di Birkenau.
Intanto il coglione riparte con più enfasi, accalorandosi e gesticolando. Mi dice che questa è la mia grande occasione, che non capisce perchè ci siano tanti scemi che si ostinano a voler fare lavori da 1000 euro al mese, che loro hanno inventato un nuovo modo di lavorare, che si capisce che sono uno destinato ad arrivare in alto e devo capire che mi merito un lavoro all’altezza delle mie capacità e che è ciò che devo pretendere da me stesso e altre puttanate che non ho ascoltato.
“Mi scusi, ma ancora non ho capito di che lavoro si tratta.”
“Le posizioni sono tutte aperte. Dobbiamo fare una giornata di prova per valutare quale sia il ruolo più adatto per te.”
Sesto campanello d’allarme: “quale sia il ruolo più adatto per te”, non “per quale ruolo saresti più adatto”. Che carini, organizzeranno il personale sulla base della mia valorizzazione professionale.
“Per il momento posso prendere solo una persona, ma io non sbaglio mai a valutare qualcuno e credo tu sia ciò che fa per noi. Te lo dico ancora prima di parlare con gli altri due. Se accetti, sei a bordo.”
Al puzzo di bruciato si aggiunge quello di merda. Merda che gronda dai muri e che ribolle nei cassetti. Merda che imbratta la scrivania e i vetri della finestra. Merda estrusa a pezzettoni da qualunque orifizio di questo cialtrone.
“Ok, salto a bordo!” rispondo. Alla fine sono in ferie e sono curioso. Per male che vada, avrò buttato una giornata.
“Perfetto! Presentati qui domattina alle 8:00 e facci vedere di cosa sei capace. Spacca tutto!” conclude con un gesto giovane e grintoso a pugno chiuso davanti a sè.
Esco dall’ufficio ma, prima di andarmene, mi avvicino alla scrivania della segretaria e attacco bottone con una scusa. Giusto il tempo di far cadere l’occhio su una fattura, una carta intestata, un deplian, o qualunque altra cosa riportasse il nome dell’azienda.
Bingo! E non è certo Master Service.
Esco, mi segno sul cellulare il nome dell’azienda (che adesso non ricordo ma che chiameremo Cazzoemmerda) e mi accendo una sigaretta seduto sul mio scooter. Il napoletano è sempre al telefono, impegnato ad urlare davanti ad un paio di cinesi in pausa che lo osservano come i bambini guardano le scimmie allo zoo.
Aspetto.
Dopo circa dieci minuti scende il ciccione nerd e scopro che anche a lui hanno detto esattamente le stesse cose e che, manco a dirlo, gli hanno dato appuntamento la mattina dopo alle 8:00. Mentre sono lì che scambio due parole col lardoso ecco che ti spunta il rapper, uscendo trionfante dalla porta, ondeggiando nella sua camminata da spastico, con naso rivolto in su in una ridicola posa da nigga gangsta del quartiere.
“Bella raga… ci becchiamo!” dice mentre ci passa accanto orgoglioso di essere il prescelto, mica come noi due sfigati.
“Ciao capo. Ti ha detto che può prendere una persona sola, che tu sei quello che fa per loro e che lo capisce perchè lui non si sbaglia mai?” affondo la lama.
Istantaneamente la sua spavalda faccia di cazzo di quello che viene dal ghetto ma ha appena conquistato il mondo, si scioglie e si volatilizza, lasciando posto alla faccia di quello che conosce Angelina Jolie su un sito di incontri, ci fissa e all’appuntamento si trova davanti Platinette.
“Ti ha anche detto di venire domani alle 8:00 per una giornata di prova?”, giro la lama nella ferita.
Il primate mi guarda con l’aria che potrebbe avere un boscimano davanti ad un tablet. Capisce che c’è qualcosa che non va, ma il tutto gli sfugge.
“Cioè zio… dici che domani non vengono?”
Dio mio, è stupido come una bestia da aratro!
“Ho paura di no.” gli rispondo con l’aria sarcastica di quello che minimizza un qualcosa di scontato.
“Bastardi!” e se ne va mongoleggiando a gambe large e borbottando tra sè. Anche il ciccione forforoso sghignazza e lo deride.
Torno a casa, cerco Cazzoemmerda su internet e finalmente trovo conferme.
Decine di persone che si lamentano e descrivono un’esperienza simile alla mia, con il degno prosieguo.
Praticamente questi figli di puttana ti spadellano mille ruoli, posizioni e possibilità, ma in realtà cercando solo bassa manovalanza da mandare al macello porta a porta a vendere contratti telefonici e/o di fornitura elettrica. Avete presente quelli che vi suonano il campanello, vi rompono il cazzo presentandosi in genere come Telecom o Enel e vi chiedono di vedere le bollette? Ecco, loro.
La famosa giornata di prova consiste in:
-Ritrovo in sede con musicaccia altissima e slogan motivazionali all together forever and ever andiamo e conquistiamo il mondo siamo troppo i più meglio noi della Cazzoemmerda.
-Divisione in gruppi di due o tre persone e assegnazione ad un ciarlatano tipo quello del colloquio che ti sbatte in faccia quanto è ricco e felice grazie alla Cazzoemmerda.
-Partenza con la sua macchina, destinazione sconosciuta. Le auto più gettonate sono Mercedes, Audi o BMW, sicuramente prese con un finanziamento assassino che li obbliga a nutrirsi di pane, acqua e fede incondizionata nella Cazzoemmerda.
-Giornata passata a rompere i coglioni porta a porta per vendere contratti, con particolare dedizione ai vecchi che sono rimbambiti ed è più facile che ti firmino qualcosa.
-Ritorno in sede accolto da complimenti ed acclamazioni perchè sei bravissimo e promettente e farai un sacco di soldi perchè sei veramente portato per quel lavoro e cazzi e mazzi vari ed eventuali.
Chiudo il browser e prendo il cellulare.
“Tu tuuu… Tu tuuu…”
“Pronto?”
“Pronto merda, si va a pescare domattina?”
“Non lavori?”
“No, domani sono libero. Avevo un appuntamento di lavoro, ma è saltato.”
“La Giulia mi ha chiesto se la portavo a fare shopping ai Gigli.”
“Un motivo in più per venire a pescare.”
“Ok, ma glielo dico domattina, sennò stasera non scopo.”
“Stessa ora, alla chiusa.”
“Ciao merda!”
Clunk.

2139 Exchange: fare trading a Dubai con il giusto mindset

Trasferirsi a Dubai
Trasferirsi a Dubai anche a vent’anni: un sogno che può diventare realtà.

Prima di internet oltre che con il classico scemo del paese i gruppi informali al bar potevano divertirsi anche alle spalle del TSS: il Tipo che Sembra Sveglio.
Il TSS non era una punta di diamante quanto a curriculum formativo ma poteva vantare onesti diplomi di geometra o di ragioniere e un decoroso lavoro nella ditta del padre o nello studio del cugino. Quando l’ascensore sociale non era proprio grippato come oggi -anzi, oggi ha proprio la tendenza a scendere a precipizio, senza preavviso e anche di diversi piani- il TSS non si vedeva propriamente soddisfatto: rotocalchi e televisione gli mostravano un mondo dorato appena fuori dalla sua portata, convincendolo che gli sarebbe bastato impegnarsi un pochettino per essere ammesso alla siderea corte degli acquirenti di multiproprietà e dei frequentatori del Babaciuba, la discoteca con piscina dove ci vanno quelli delle banche. Il TSS diventava adepto di tortuosi marchingegni di marketing multilivello, presenziava a meeting di training motivazionale e prendeva a frequentare convention sulla distribuzione interattiva in sale di hotel presidiate da ultracinquantenni in camicia bianca e auricolare la cui parlata rivelava all’istante le mancate origini valtellinesi. Gli amici al bar in poco tempo si trovavano davanti un TSS trasformato: via mimetiche, chiodo e magliette dei Twister Sister, e su crave e giacatte. Qualcuno ostentava persino di essere diventato astemio. Comune a tutti i TSS degni di questo nome l’atteggiamento scostante e affettato di chi ha trovato l’asse del proprio destino e ci ha messo su le mani.
Al bar, la prima tirata sulle priorità nella vita infarcita di considerazioni che sarebbero piaciute a Margaret Thatcher valeva al TSS qualche sghignazzo, l’invito ad accomodarsi in Fanculerìa e l’immediato inserimento nella Lista di Proscrizione, dove finivano i soggetti cui non rivolgere la parola per nessun motivo. Incoraggiavano l’emarginazione del neo-elegante TSS anche i perplimenti adesivi con cui la sua Fiat comprata “facendo il finanziamento” (una espressione indovinata: faceva pensare che fosse stato lui a elargire il proprio denaro in eccesso al concessionario…) riportava il suo numero di casa e scritte del tipo “Vuoi perdere peso? Chiedimi come!” in grossi caratteri di un font come il Comic Sans, a ulteriore garanzia di affidabilità e autorevolezza.
Il TSS rispolverava agende, saccheggiava rubriche, spulciava elenchi telefonici: amici di una vita, contubernali, compagni di scuola dall’asilo in su, parenti di quelli che si vedono solo ai funerali, vicini di ombrellone e addirittura quella svampita di Voghera cui aveva toccato il culo quella sera al PuccyPu che i buttafuori gli ruppero sei costole cominciavano a ricevere telefonate del tipo “Carissimo! Quanto tempo! Ti ricordi di me…?” cui seguivano tentativi di cooptazione più o meno stringenti in qualcuno dei giri su descritti.
Al bar lo davano per perso e lo rimpiangevano anche il giusto, per non dire per niente.
E difatti almeno per qualche mese -ma più spesso per sempre- il TSS spariva.
Per vie traverse -nei casi più gravi grazie alle comunicazioni informali dell’appuntato in servizio alla vicina caserma fermatosi per una cedrata- si palesava agli avventori adusi alla Moretti da sessantasei un normale drammatico sfacelo[*] fatto di litigi, conti in rosso, firme false, denunce, separazioni coniugali, autovetture rigate e pignoramenti. L’ascensore sociale su cui il TSS era salito di gran carriera aveva finalmente spalancato le sue porte. E le aveva spalancate proprio al piano della Cancelleria Decreti Ingiuntivi. Dove il TSS era stato accolto col calore con cui si accoglie una persona a lungo attesa.
Adesso invece esistono internet e le app, che in sei minuti fanno di qualsiasi titolare di conto corrente alle poste uno squalo della finanza in bitcoin con il budget pronto a cogliere long squeeze to the moon grazie al pump and dump. Da quando esistono le “reti sociali” il web si è riempito di irritanti ventenni in video che esordiscono con “Amici!” e raccontano come sono riusciti a trasferirsi a Dubai però per favore compra il loro corso sul trading a quarantatré euro altrimenti non sanno come pagare le bollette. Sicché, dicono le gazzette di questi giorni, qualcuno tempo fa si è vestito con eleganza, si è piazzato davanti a un cellulare acceso, ha registrato un po’ di boiate in gergo, ha messo su una app che non faceva affatto quello che diceva che avrebbe fatto e ha ramazzato cassettate di soldi da decine di migliaia di persone in giro per mezza penisola italiana rifilandogli il solito schema Ponzi. Vale a dire che ai primi tre polli ha promesso interessi altissimi ed è stato di parola, perché li ha ripagati prendendo i soldi dai secondi trentamila che adesso sono lì che piangono. Il baraccone messo su da chissà chi si chiamava “2139 Exchange“. Per sentire puzza di bruciato -a parte il fatto che questa roba puzza di bruciato in quanto tale- sarebbe bastato fare attenzione al 2139. Ovvero ai BACI che ti toccano in exchange -appunto- del denaro che hai affidato a questo arnese.
Rispetto al TSS, il TSS 2.0 ha almeno il vantaggio di essere meno appariscente e di operare in modo solitario e composto. L’inverno del suo crollo inizierà nel gelo di una plumbea mattina feriale in cui la moglie in sottoveste e occhiaie gli chiederà conto di certi ammanchi a diciassette zeri dal conto corrente comune e finirà con lui rannicchiato sotto tre coperte nella Siberia delle utenze staccate, a fissare teneramente la foto dei figli che la sua ex si è portata via sbattendo la porta. Ma potrà almeno uscire di casa senza che al bar, dove da trent’anni sorseggiano Ichnusa in santa pace, ci siano troppi sghignazzi al suo passaggio.

[*] Eros Alesi, 1970.